Ci sono storie che si leggono.
E poi ci sono storie che si attraversano, come un guado a piedi nudi, con l’acqua che punge le caviglie e il fondo che non è mai del tutto stabile.
La memoria dell’acqua di Christian Verardi appartiene alla seconda specie.
Non è un romanzo che ti tende la mano: è un romanzo che ti guarda negli occhi e aspetta che tu sia pronto a scendere. Perché qui non si tratta di scoprire soltanto cosa è accaduto, ma di ascoltare cosa accade dentro quando il passato smette di stare zitto.
L’acqua sa
L’acqua, in questo libro, non è un elemento del paesaggio.
È una creatura silenziosa che custodisce, trattiene, restituisce.
Scorre nei ruscelli dell’Appennino, scivola tra le pietre, riflette cieli che non esistono più — e fa quello che fa anche dentro di noi: conserva tracce. Non in modo ordinato, non in modo giusto. Le conserva come può. Come sedimenti. Come ombre.
Verardi sembra dirci che il corpo ricorda prima della mente. Che certi dolori si depositano in profondità e restano lì, finché qualcosa — un odore di bosco, un rumore d’acqua, un ritorno inatteso — non li smuove, rendendo torbido ciò che credevamo limpido.
Una ragazza, un bosco, un silenzio
C’è una storia vera, all’origine di questo romanzo.
Una ragazza trovata morta nei boschi dell’Appennino, nei primi anni Novanta. Una vita spezzata che ha lasciato dietro di sé domande, sgomento, e quel tipo di silenzio che non è assenza di parole, ma eccesso di dolore.
Verardi non usa la cronaca per creare tensione.
La usa come si usa una ferita: per ricordarci che sotto la pelle della finzione batte un cuore reale. Olga — nel romanzo — non è un caso, non è un enigma: è una presenza che continua a mancare, ed è proprio in questa mancanza che diventa immensa.
Romeo e il peso dell’acqua
Romeo Maggi non indaga soltanto su un fatto del passato.
Indaga su se stesso.
Torna nei luoghi dell’infanzia come si torna in una casa allagata: con cautela, con paura di ciò che si troverà galleggiare. È un uomo che ha imparato a vivere, ma non a dimenticare. Padre, figlio, adulto, testimone — tiene insieme identità diverse come si tengono insieme oggetti fragili, sapendo che basta un tremito a farli cadere.
La sua non è la caccia a un colpevole.
È la ricerca di un punto in cui il ricordo smetta di essere solo dolore e diventi, forse, comprensione. Ma la memoria, qui, non consola. La memoria scava. E ogni risposta porta con sé un’altra crepa.
I luoghi che ricordano al posto nostro
I boschi, le strade secondarie, le terme consumate dal tempo: in questo romanzo i paesaggi non fanno da sfondo. Trattengono memoria. Sono archivi silenziosi, testimoni immobili di ciò che è stato.
Camminare in quei luoghi significa camminare dentro una memoria collettiva che si intreccia a quella personale. È lì che si capisce che non ricordiamo mai da soli: ricordano anche i muri, gli alberi, l’acqua che continua a passare dove noi, invece, ci siamo fermati.
La paura che non urla
Non troverete urla in queste pagine.
La paura qui è un filo teso, una presenza che si insinua piano. È la paura di guardare davvero, di togliere lo sguardo da ciò che ci ha protetto per anni: la rimozione, la distanza, il “non pensarci”.
È la paura di scoprire che il passato non è passato.
Che vive in noi con la stessa ostinazione dell’acqua che, goccia dopo goccia, riesce a scavare la roccia.
Ricordare: condanna o salvezza?
Verardi non offre risposte facili.
Ma tra le righe si avverte una verità sommessa: ricordare fa male, sì. Ma dimenticare del tutto significa perdere anche ciò che ci rende umani.
La memoria, in La memoria dell’acqua, è una corrente doppia: può travolgere, ma può anche portare a riva. Dipende da quanto siamo disposti a restare immersi senza fingere che l’acqua non sia fredda.
L’autore e la sua sorgente
Christian Verardi, nato a Bologna nel 1976 e cresciuto tra i paesaggi dell’Appennino, scrive come chi conosce intimamente i luoghi che racconta. La sua sensibilità affonda nelle pieghe emotive delle persone comuni, nei silenzi, nelle crepe invisibili delle vite quotidiane.
La memoria dell’acqua è il suo romanzo d’esordio, ma ha la voce di chi ha ascoltato a lungo prima di parlare.
Come un messaggio in una bottiglia
Se questo libro fosse una bottiglia affidata al fiume, dentro non ci sarebbe una soluzione, né una verità definitiva. Ci sarebbe una frase semplice, forse:
“Non avere paura di ricordare. Anche il dolore, se lo guardi, smette di essere solo buio.”
E allora capisci che La memoria dell’acqua non è un romanzo sul passato.
È un romanzo su quel momento fragile e potentissimo in cui trovi il coraggio di restare, immobile, mentre la memoria ti attraversa — e invece di annegare, impari a respirare sott’acqua.
Buona lettura!